Guy de Maupassant, TUTTE LE NOVELLE, Vol. I°

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Guy de Maupassant, TUTTE LE NOVELLE, Vol. I°, traduzione e Prefazione: ‘Due parole d preambolo’, pp.5-12, di Bruno Dell’Amore e Alfredo Fabietti, Milano, Bietti Editore, 1952, pp.1-1247

 


Centotrentacinque novelle, che “ci danno l’intero quadro della Francia nella seconda metà dell’Ottocento..L’anima umana è stata da lui frugata ed esplorata in tutte le sue pieghe, le passioni riprodotte in tutti i loro chiaroscuri, e i suoi casi sono quanto di più vario e di più vero si sia mai prodotto, così che egli ci appare, oltre che d’una sorprendente verità, autore, in un certo senso, di straordinaria fantasia.”: Due parole di preambolo:, p.6


Lo zio Giulio

Il racconto è messo in bocca al protagonista, Giuseppe Delavranche, che rievoca la malinconica atmosfera della sua fanciullezza a Le Havre, col padre, la madre e le due sorelle, che attendono l’auspicato matrimonio. Unica pennellata romanzesca in questo grigio ambiente, la leggendaria figura dello zio Giulio, un cattivo soggetto, che, dopo aver intaccato con le sue scapestrerie le misere sostanze familiari, era emigrato in America e vi era diventato ricco, si diceva. Un giorno, per festeggiare le nozze della sorella maggiore, tutta la famiglia fa una gita all’isola di Jersey, e i genitori riconoscono, in un vecchio ostricaro, abbrutito dagli anni e dagli stenti, il tanto sospirato zio Giulio. Timore dello scandalo e spietato egoismo dettano alla madre una risposta pronta, e la famiglia riparte come se nulla fosse; ma il figlioletto, Giuseppe, ha capito, e questo ricordo non si cancellerà più dal suo animo.


“Un povero vecchio con la barba bianca ci chiese l’elemosina. Il mio compagno, Giuseppe Delavranche, gli diede cento soldi. Fui sorpreso. Egli disse: - Questo disgraziato m’ha ricordato una storia che ti racconterò e il ricordo della quale mi perseguita sempre. Eccola.

La mia famiglia, nativa di Le Havre, non era ricca..Ma, ogni domenica, andavamo a fare, in pompa magna, il nostro giro sul molo..Ogni domenica, vedendo entrare i grandi piroscafi che tornavano da lontani paesi sconosciuti, mio padre pronunciava, invariabilmente, le stesse parole: - Eh, che sorpresa, se Giulio fosse lassù! -..

Jersey è l’ideale dei viaggi per le famiglie povere..Quel viaggio a Jersey divenne la nostra preoccupazione, la nostra unica attesa, il sogno di tutti i momenti..Giunse alfine il giorno della partenza..Il battello fischiò. Guardavamo le coste fuggire, felici e fieri come tutti coloro che viaggiano poco..

Mio padre scorse ad un certo momento due donne eleganti, alle quali due signori offrivano ostriche. Un vecchio marinaio lacero, con un colpo di coltello, apriva i molluschi, porgendoli ai due signori, i quali li offrivano poi alle dame..Ma, d’improvviso, mio padre mi parve turbato. Disse a mezza voce a mia madre: - E’ davvero singolare come quel venditore di ostriche somigli a Giulio. -..Mio padre pareva annientato; mormorò: - Che catastrofe! -. Mia madre aggiunse: - Darai del denaro a Giuseppe perché vada a pagare quelle ostriche. Non ci mancherebbe altro, ora, che esser riconosciuti da quel mendicante. Ciò farebbe un bell’effetto sul piroscafo! -. Si alzarono, allontanandosi, dopo avermi dato una moneta di cento soldi.

Dissi che la mamma si sentiva un poco disturbata dal mare e chiesi all’ostricaro: - Quanto vi dobbiamo, signore? Avevo voglia di dire: zio mio..

Rispose: -Due franchi e cinquanta. Gli tesi i miei cinque franchi ed egli mi restituì il resto..Allorché la nave s’avvicinò alle banchine, un desiderio violento mi prese di vedere ancora una volta lo zio Giulio, d’avvicinarmi a lui, di dirgli qualcosa di consolante, d’affettuoso.

Ma, siccome nessuno mangiava più ostriche, egli era scomparso, disceso certamente in fondo alla stiva fetida, dove doveva alloggiare.

E ritornammo per la via di S. Malo, per non rivederlo. Ma mia madre rimase per tutto il viaggio tormentata dall’inquietudine.

Non ho più rivisto il fratello di mio padre.

Ecco perché mi vedrai qualche volta dare cinque franchi ai vagabondi.”.


La maschera

“Quella sera di Mezza Quaresima c’era ballo in costume all’Elisée Montmartre..Già alcune quadriglie rinomate avevano richiamato intorno al loro turbinìo saltellante fitte corone di pubblico. Uno di essi ch’era entrato a far parte della quadriglia più apprezzata per sostituirvi una ‘celebrità’ assente, si sforzava di mostrarsi degno della danzatrice più indiavolata e più instancabile, eseguendo bizzarri a solo che suscitavano l’ilarità e l’ironia degli spettatori. Era magro, vestito con ricercatezza, e aveva una bella maschera verniciata, una maschera con baffi biondi arricciati, sormontata da una parrucca riccioluta..Applausi beffardi l’incoraggiavano. Ed egli, ebbro di fervore, saltava con tal frenesia, che, ad un tratto, portato da uno slancio furibondo, andò a cozzare col capo contro il muro formato dalla calca degli spettatori. Quel muro s’aperse per fargli largo, poi si richiuse intorno al corpo inerte, prono, esanime, del ballerino. Venne sollevato, trasportato via. Si gridava: - Un medico! Un medico! - Si fece avanti un signore giovane, elegantissimo, in marsina, con grosse perle sul lucido sparato della camicia. - Sono professore alla Facoltà di medicina - disse, senza boria. Lo lasciarono passare, ed egli raggiunse, in una stanzetta con scaffali pieni di cartelle, simile all’ufficio d’un uomo d’affari, il ballerino ancora privo di sensi, che era stato adagiato su alcune sedie.

Prima di tutto, il dottore cercò di liberare il viso dalla maschera, e s’accorse che questa v’aderiva in modo complicato, mediante una quantità di sottilissimi fili metallici, che la legavano ingegnosamente agli orli della parrucca e serravano tutta la testa in una legatura salda, di cui bisognava conoscere il segreto. Perfino il collo era imprigionato in una falsa pelle che continuava il mento, e questa pelle, di guanto, del colore di quella umana, era attaccata al colletto della camicia.

Si dovette tagliare tutto con una grande forbice, e quando il medico ebbe fatto in quel curioso insieme una larga apertura da una spalla alla tempia, si vide che lo strano involucro racchiudeva un vecchio volto d’uomo, magrissimo, pallido e rugoso..

Il vecchio si riebbe, dopo esser rimasto a lungo privo di sensi; ma si vedeva che era ancora molto debole, molto sofferente e il medico temeva qualche complicazione pericolosa. - Dove abitate? - domandò. Sembrò che lo strano infermo facesse uno sforzo per ricordarsene. Poi egli disse il nome d’una via che nessuno conosceva..Il medico riprese: - Vi accompagnerò a casa. Sì, vi accompagnerò io.

Era nata in lui una viva curiosità di sapere chi fosse quello straordinario ballerino, di vedere dove abitasse quel fenomeno saltatore. E, poco dopo, un fiacre portò il medico e l’infermo al di là dell’altura di Montmartre. La casa era alta, di poverissimo aspetto, con una scala stretta e viscida..L’uscio a cui bussarono s’aprì e comparve una donna, vecchia anch’ella, linda, con una candida cuffia da notte che incorniciava un volto ossuto, dai lineamenti pronunciati, un volto rude e bonario di popolana laboriosa e fedele. Quella donna esclamò: - Ah, mio Dio! Che cosa gli è successo? Quand’ebbe avuto una sommaria spiegazione, si mostrò rassicurata e volle rassicurare il medico, dicendogli che quell’avventura era già capitata parecchie altre volte..- Si ostina a voler ballare, a quest’età, e non dovrebbe! E’ una vera pazzia! Il medico, sorpreso, insistette: - Ma perché, così vecchio, balla a quel modo?

La donna alzò le spalle, rossa in viso per la collera che a poco a poco l’invadeva. - Ah, sì, perché? Perché vuol sembrar giovane, con la maschera. Perché vuole che le ragazze lo prendano per un bellimbusto e gli dicano sconcezze all’orecchio. Perché gli piace strofinarsi alla pelle delle sgualdrine, alla loro pellaccia imbevuta d’odori e sporca di pomate e di cipria! Ah, che schifo! E che vitaccia la mia: son quarant’anni che egli fa così..

Il dottore, osservandolo con crescente interesse, volle far parlare ancora la donna. - Dunque, va a far il bel giovane nei balli in costume! - In tutti, dottore. E torna a casa, la mattina, in uno stato incredibile! E’ il rimpianto, vedete, che lo spinge in quei luoghi e gli fa mettere una faccia di cartone sopra la sua. Sì, il rimpianto di non esser più quello che fu nel passato e di non aver più i ’successi’ che aveva da giovane! Il dottore domandò: - Siete sposati? Ella rispose con semplicità: - Sì, dottore. Se no, m’avrebbe piantata, come le altre..- Ma, insomma, che mestiere faceva? - E’ vero, non ve l’ho ancora detto. Era il primo garzone da Martel. Ma un primo garzone come non ce n’erano mai stati! Un vero artista! E guadagnava, in media, dieci franchi l’ora. - Da Martel? Chi era Martel? - Il parrucchiere, dottore: il gran parrucchiere dell’Opéra, che ’serviva’ tutte le cantanti, tutte le attrici. Sì, tutte le attrici più celebri, più ricche, si facevano pettinare da Ambrogio e l’arricchivano con una continua pioggia di mance e di regalie. Ah, dottore, tutte le donne sono uguali. Tutte! Quando un uomo piace, se lo pagano. E’ tanto facile! Ed egli mi raccontava tutto. Non sapeva tacere..Lui cominciava a mangiare la minestra e a parlare: - Un’altra conquista!..Quando aveva finito di raccontarmi la sua avventura, fumava sigarette passeggiando per la stanza: ed era tanto bello, coi baffetti e i capelli arricciati, che io dicevo fra me: - Eppure, ci dev’esser vero in quel che racconta! Come io vado pazza per lui, perché le altre non andrebbero pazze? -..

E la buona donna guardava intenerita e con le lagrime agli occhi il suo vecchio marito, che russava. Poi, avvicinatasi a lui senza far rumore, gli diede un bacio sui capelli. Il medico s’alzò e s’accinse ad andarsene, senza trovar nulla da dire davanti a quella coppia bizzarra. Mentre stava per uscire, la donna gli disse: - Volete farmi il favore di lasciarmi il vostro indirizzo? Se stesse male, vi verrei a chiamare.”