Fiodor M. Dostoevskij, ROMANZI E TACCUINI Vol.IV°

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Fiodor M. Dostoevskij, ROMANZI E TACCUINI Vol.IV°, Firenze, Sansoni, 1958, pp.1-1024

 


p.21  L’ADOLESCENTE @ 1875, traduzione di Rinaldo Kufferle, Nota introduttiva, pp.3-19 e Note, pp.1005-1015, di Ettore Lo Gatto


[p.663  MEMORIE DA UNA CASA DI MORTI]


L’adolescente

L’adolescente è Arkadij Dolgorukij, figlio illegittimo che il possidente Versilov ha avuto da una serva. Come molti eroi di Dostoevskij, anche questo ha la sua idea fissa: vuol diventare un Rothschild. Trascinato dalla sua natura fervida e impulsiva, egli s’innamora della donna amata dal padre, e, in possesso d’un documento compromettente per i due, combina intrighi su intrighi. Una svolta, per lui, costituirà la frequentazione del vecchio e saggio pellegrino Makar Ivanovic, il suo padre adottivo, il quale predica un nuovo cristianesimo che sorgerà dal cuore del popolo.


Un po’ monocorde il tema. Filiforme la trama.


“..Scorgendomi, Makar Ivanovic non si mosse, ma mi guardò fisso e in silenzio, così come lo guardavo io, con la differenza che io guardavo con smisurata meraviglia, e lui senza meraviglia alcuna. Al contrario, come se m’avesse osservato tutto, fino all’ultimo tratto, in quei cinque o dieci secondi di silenzio, egli subitamente sorrise ed anzi rise piano ed impercettibilmente, e, per quanto il riso fosse passato presto, tuttavia la sua chiara, ilare traccia gli rimase sul viso, e, soprattutto, negli occhi, molto azzurri, radiosi, grandi ma dalle palpebre abbassate ed enfiate per la vecchiaia e circondate da innumerevoli minuscole rughe. Quel suo riso soprattutto mi colpì.

Io sono del parere che quando un uomo ride, nella maggior parte dei casi sia disgustoso a vedersi. Per lo più nel riso della gente si palesa qualcosa di volgare, qualcosa d’umiliante per colui che ride, anche se chi ride quasi sempre non sa nulla dell’impressione che produce. Così pure non sa, come in generale tutti l’ignorano, quale viso abbia durante il sonno. Qualche dormiente ha il viso intelligente anche nel sonno, mentre il viso di altri, anche se intelligenti, diventa nel sonno molto stupido e perciò ridicolo. Non so da che cosa derivi: voglio dire solamente che chi ride, come chi dorme, per lo più non sa nulla del proprio viso. Una straordinaria quantità di gente non sa affatto ridere. Del resto c’è poco da sapere qui: è un dono e non lo si contraffà. Lo si contraffà tutt’al più rieducandosi, evolvendosi in meglio e soggiogando i cattivi istinti del proprio carattere: allora anche il riso assai probabilmente potrebbe cambiarsi in meglio. Col riso taluno si tradisce interamente, e voi a un tratto apprendete tutta la sua storia intima. Persino un riso indiscutibilmente intelligente è talvolta disgustoso. Il riso esige anzitutto la sincerità, ma dov’è negli uomini la sincerità? Il riso esige l’assenza della cattiveria, mentre la gente ride per lo più con cattiveria. Il riso sincero e senza cattiveria è allegria, ma dov’è negli uomini della nostra epoca l’allegria e sanno forse gli uomini esser allegri? L’allegria è ciò che più tradisce l’uomo, consegnandolo legato mani e piedi. Qualche carattere sfugge a lungo all’indagine, ma se un uomo un bel giorno si mette a ridere, molto sinceramente, tutto il suo carattere a un tratto appare come in palmo di mano. Solo se s’è evoluto nel modo più alto e più felice un uomo sa esser allegro di un’allegria comunicativa, cioè irresistibile e bonaria. Non parlo della sua evoluzione mentale, ma del carattere dell’uomo nella sua interezza. E così, se vorrete esaminare un uomo e conoscere la sua anima, non cercate di penetrare come egli taccia o come parli o come pianga, e nemmeno come egli sia agitato da idee nobilissime, ma guardatelo piuttosto quando ride. Se un uomo ride bene vuol dire che è un uomo buono. Notate inoltre tutte le sfumature: bisogna, per esempio, che il riso dell’uomo non v’appaia in alcun caso stupido, per quanto possa esser allegro e ingenuo. Se noterete anche il più piccolo tratto di stupidità nel riso, ciò indubbiamente vuol dire che quell’uomo è d’intelligenza limitata, e ciò anche se non facesse altro che profondere idee. Anche se il suo riso non è stupido, quell’uomo, scoppiando a ridere, chissà perché a un tratto vi sembra ridicolo. magari anche poco, sappiate che quell’uomo non ha una dignità vera e propria, almeno in modo integrale. Oppure, infine, anche se quel riso è comunicativo e tuttavia, chissà perché, piuttosto volgare, sappiate che anche l’indole di quell’uomo è piuttosto volgare, e che tutto quello che di nobile e elevato prima avete notato in lui o è simulato con intenzione o è preso inconsapevolmente a prestito, e che quell’uomo in seguito si cambierà immancabilmente in peggio, si occuperà dell’’utile’, e rigetterà senza rammarico le nobili idee come aberrazioni e invaghimenti giovanili.

Colloco qui con intenzione questa lunga tirata sul riso, sacrificando anche il corso del racconto, perché la ritengo una delle considerazioni più serie che abbia tratto dall’esperienza..


- Dell’uomo ateo - proseguì assorto Makar Ivanovic - forse avrei paura anche ora; solo, non ho incontrato nemmeno una volta un ateo, ma invece di lui ho incontrato l’irrequieto, come bisognerebbe piuttosto chiamarlo. E’ gente d’ogni specie e non ti capaciti che gente sia: e grandi, e piccoli, e stolti, e dotti, e ce ne sono anche della più umile condizione, e tutto è vanità. Poiché leggono e discutono per tutta la loro vita, saziandosi di dolcezza libresca, e restano sempre perplessi e non possono risolvere nulla. Certuni si sono completamente dispersi, hanno cessato d’accorgersi di se stessi. Altri sono induriti più della pietra e nel loro cuore errano sogni; altri ancora sono insensibili e sventati e gli basta poter fare le loro derisioni.Taluni dai libri hanno scelto solo i fiori, ma anch’essi secondo il loro criterio; mentre sono irrequieti e non hanno in sé nessuna opinione. Ecco quello che dirò di nuovo: c’è molta noia. Un uomo da nulla è in miseria, non ha pace, non ha di che mantenere i figlioli, dorme sulla paglia pungente, eppure in lui il cuore è allegro, leggero; e pecca, e ingiuria e il cuore è sempre leggero. Mentre l’uomo grande beve e mangia a sazietà, siede su un mucchio d’oro, eppure nel cuore ha sempre soltanto tristezza.Taluni hanno appreso tutte le scienze eppure sono sempre tristi. E così io penso che quanto più progredisce l’intelletto, tanto più cresce la noia. E poi bisogna tener conto di questo: si insegna dacché mondo è mondo, ma che cosa s’è insegnato di buono, perché il mondo fosse una dimora più allegra e bella e piena d’ogni gioia? E dirò ancora: non hanno bellezza morale, anzi non la vogliono; tutti sono perduti, solo ciascuno loda la propria posizione, ma di rivolgersi all’unica Verità non pensa, mentre vivere senza Dio non è che tormento. E n’esce che malediciamo proprio quello che c’illumina e non lo sappiamo nemmeno. E poi, che costrutto c’è mai? Non può nemmeno esistere un uomo che non si pieghi, un uomo simile sarebbe impari a se stesso, a qualunque uomo in generale. E se rinnega Dio, s’inchinerà a un idolo di legno o d’oro, oppure immaginario. Sono tutti idolatri e non atei, ecco come bisogna chiamarli. Be’, ed anche l’ateo come fa a non esserci? Ci sono di quelli che sono veramente atei, solo che quelli saranno molto più paurosi di questi, perché hanno sempre il nome di Dio sulle labbra. Ne ho sentito parlare più d’una volta, ma non li ho mai incontrati. Ce ne sono, e credo che debbano esserci..”